Zéro de conduite - Arsenale Cinema

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Zéro de conduite

di Jean Vigo


Sinossi

Zero in condotta narra la vita di alcuni studenti in un collegio, privati della libertà creativa dell'infanzia e sottomessi alle rigide regole dei sorveglianti adulti 'Bec-de-gaz' e 'Pète-sec'. I sorveglianti sono a proprio agio solo all'interno del collegio, dove tutto è fissato in regole ben precise, mentre per i ragazzi la libertà è fuori. Quattro di loro, dopo essere stati puniti con uno 'zero' in condotta per la loro vivacità, proveranno a ribellarsi, grazie anche all'aiuto del nuovo sorvegliante Huguet, molto più vicino ai propositi giovanili che alla rigidità delle istituzioni. Il culmine dell'incomunicabilità fra adulti e ragazzi si avrà però il giorno della festa del collegio: davanti alle massime autorità sul palco, con in prima fila il governatore e il direttore del collegio, i collegiali in rivolta rovineranno la festa dei notabili, costretti a scappare e rifugiarsi al chiuso, mentre loro volteggiano finalmente liberi. Ogni scena del film sembra evocare un mondo che gli adulti non ricordano più: un volo di piume, uno scambio di cioccolata per firmare un patto, un cadavere magicamente risorto, una guerra di fagioli, una mappa per fuggire, una bandiera per sognare... Massacrato dalla censura dell'epoca, il piccolo poema sulla memoria, di ispirazione autobiografica, dell'allora ventottenne Vigo, costituisce un irriverente apologo sulla contrapposizione tra la rivolta anarchica dell'infanzia e l'ordine borghese del mondo adulto. Un film "maledetto" che ha trovato negli anni successivi numerosi seguaci e imitatori.


Critica

Congedatosi dalla vita a soli ventinove anni, sconfitto dalla tubercolosi, a Jean Vigo, effimera di abbagliante splendore, genio sfortunato dal talento immenso, è bastato un solo film –il capolavoro L’atalante, 1934- per entrare nella storia del cinema. Per apprezzare appieno la sua arte non si può tuttavia prescindere dal mediometraggio Zero in condotta, un piccolo canto di libertà poetico, anarchico e irridente, un eversivo inno alla ribellione contro le rigide regole e i paternalismi dell’opprimente società borghese. L’evidenza di tali elementi ha portato il film, pur nella civilissima e democratica Francia, a essere tacciato di antipatriottismo e a subire il conseguente stillicidio di tagli e rimaneggiamenti sia da parte della censura che della produzione, col risultato che la regolare distribuzione dell’opera nelle sale è avvenuta soltanto nel 1945, ben 11 anni dopo la morte dell’autore, che pure tanto si era speso per questa sua creatura (oltre al soggetto, dichiaratamente autobiografico, Vigo firma anche la sceneggiatura e il montaggio). C’è proprio tutto Vigo, in questi tre quarti d’ora di pellicola: le sue idee politiche e sociali, i suoi riferimenti culturali, forse anche il suo passato…

Un film-evento in netto anticipo sui tempi, tuttora innovativo e sorprendente, che ha inaugurato il sottogenere del ribellismo giovanile contro la società e le sue regole, generando numerosi epigoni ed ispirando almeno un capolavoro del calibro de I 400 colpi di Truffaut (impossibile non rivedere, nella scena in cui Antoine Doinel e compagni scorrazzano per le strade di Parigi sotto la “guida” dell’insegnante di ginnastica, la sguaiata passeggiata dei ragazzini di Zero in condotta). Siamo in presenza di un appassionato e coinvolgente elogio della fantasia al potere, che mette alla berlina la militaresca pedagogia imperante all’epoca, capace soltanto di impartire inutili ordini e mortificare l’individualità e la naturale creatività dei ragazzi; Zero in condotta è un’opera piena di vita e quasi catartica, dove l’onda d’urto della gioventù -cioè entusiasmo, energia, sogno ed immaginazione- sembra poter travolgere tutto e tutti, finendo per contagiare con la propria carica elettrica persino il tetro sorvegliante-capo. Evidente, nelle scene iniziali sul treno, una punta di tenero rimpianto per la spensieratezza e la leggerezza dell’infanzia perduta, con i due compagni di scuola capaci di divertirsi con poco (il trucco del dito, qualche penna per imitare gli indiani e una fumatina clandestina). Qua e là, quasi a voler rivendicare la propria formazione culturale, il regista inserisce improvvise pennellate surreali (la scomparsa della palla, il colloquio tra Tabard e il direttore del collegio, il disegno animato, la battaglia dei cuscini al rallentatore) che rafforzano la vis comica e l’ironia irriverente della storia. Il surrealismo ha esercitato un’influenza decisiva in Vigo, e ciò è evidente anche nella celebre scena subacquea de L’atalante, forse il “momento surreale” più alto della storia del cinema. Come poteva, del resto, un aspirante cineasta francese poco più che ventenne restare immune alla deflagrazione culturale provocata dal “Manifesto del surrealismo cinematografico”, codificato dal duo Buñuel-Dalì proprio in Francia, con l’epocale Un chien andalou (1928)? Oltre che ai due Maestri spagnoli, il regista rende un affettuoso omaggio anche a un’altra divinità del suo personale pantheon: Charlie Chaplin, genio assoluto del cinema, nonché artista-simbolo di indipendenza, libertà e ribellione all’ordine costituito; in poche parole, un’anima spiritualmente e ideologicamente gemella di Vigo. Charlot fa capolino attraverso l’imitazione che ne fa Huguet, il sorvegliante bonario e un po’ bighellone interpretato da Jean Dasté, l’indimenticabile protagonista de L’atalante. C’è poi un altro volto di Zero in condotta che ritroveremo nel celebre capolavoro di Vigo, ed è quello di Louis Lefebvre, qui nella parte del capobanda Caussat, uno degli “abbonati di ferro” allo zero in condotta. Restando in tema di personaggi, ce n’è uno che si impone immediatamente all’attenzione dello spettatore fin dalla sua comparsa. Si tratta del piccolo René Tabard (Gerard de Bedarieux), una faccia d’angelo dietro cui si nasconde un vero e proprio ribelle, nonché un cospiratore di prim’ordine: è lui, infatti, a pronunciare la solenne dichiarazione di guerra ai “grandi”. Vigo fa di tutto per metterlo in evidenza fin dall’inizio, caratterizzandolo in maniera diversa rispetto a tutti gli altri scolari: ha un aspetto effemminato, e porta i capelli lunghi; è l’unico a non trascorrere la prima notte in dormitorio a causa di un’indisposizione; la sua uniforme è palesemente troppo corta, ai limiti della caricatura, e gli lascia scoperte le gambette scheletriche, forse per suggerirne l’apparente quanto ingannevole fragilità; la macchina da presa indugia spesso sul suo volto in primo piano, mostrandolo assorto con espressioni indecifrabili. Tutto ciò che ruota attorno a Tabard è vago ed indefinito, e lascia spazio a dubbi e sospetti di vario tipo (anche sgradevoli: non sono forse un po’ equivoche le attenzioni del professore di scienze, che gli accarezza le mani, facendolo arrabbiare?), tanto negli istitutori, preoccupati di salvaguardare la moralità della scuola (il direttore accenna la questione, riferendosi ad un’amicizia tra Tabard e Bruel che giudica un po’ troppo stretta, ma la frase viene troncata bruscamente…), quanto nei compagni, i quali inizialmente lo estromettono dal gruppo dei rivoltosi considerandolo una spia e una femminuccia, salvo poi ricredersi quando René dimostra loro di avere una tempra da vero combattente e di credere nella “causa”. Al di là dei presunti riferimenti sessuali, l’ambiguo e misterioso Tabard rappresenta l’anomalia che sfugge alle regole e mette in crisi il sistema, ed è l’incarnazione dello spirito anarchico di Vigo (e, forse, il suo alter ego), spirito ereditato molto probabilmente dal padre Eugène, celebre giornalista e attivista anarchico nei primi del novecento, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Miguel Almereyda.

Un’ultima annotazione, per concludere: il direttore della fotografia è il grande Boris Kaufmann, fratello del regista Dziga Vertov (autore del notevole L’uomo con la macchina da presa, 1929) e collaboratore abituale di Vigo.

Francesco Vignaroli, Corrieredellospettacolo.net

 

Scheda
Titolo: Zéro de conduite
Regia di: Jean Vigo
Durata: 44'
Luogo, Anno: Francia, 1933
Cast: Jean Dasté, Delphin, Louis De Gonzague-Frik

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