Lo chiamavano "Film di genere" - Arsenale Cinema

Lo chiamavano "Film di genere"

Prima Il ragazzo invisibile, poi Lo chiamavano Jeeg Robot, successivamente Veloce come il vento. E ora Mine, dei coraggiosi Fabio & Fabio (nome artistico dei due registi Fabio Guaglione e Fabio Resinaro), thriller di respiro internazionale ma con la firma – anzi, due – italiana. Senza dimenticare prodotti forse meno blasonati ma comunque di un certo livello come Index Zero di Lorenzo Sportiello o altri invece completamente fuori dagli schemi come Extreme Jukebox di Alberto Bogo, che si guadagna la distribuzione nientemeno che della Troma, la casa statunitense specializzata in cinema trash di qualità discutibile ma di sicuro intrattenimento.

Sembra proprio che in Italia il ‘genere’ – qualunque cosa significhi – stia rinascendo, con particolare soddisfazione di quelli che già c’erano negli anni ’60, ’70 e ’80 e che oggi ricordano orgogliosamente che noi, in Italia, del ‘genere’ già eravamo maestri. I western, i poliziotteschi, gli horror. Leone, Sollima, Bava, Argento, Fulci, Bud Spencer & Terence Hill. Perfino qualche tentativo nel super-eroistico, come L’Uomo Puma di Alberto De Martino (1980).

Si sente dire meno spesso che la cinematografia italiana, nel genere, ci è nata. Dal 1903, anno in cui cominciarono a nascere le prime case di produzione nostrane, dopo aver conosciuto il cinema direttamente dai Lumière, che amavano girare attorno a Napoli, e soprattutto averne testato il suo potenziale commerciale, diventò immediatamente necessario individuare temi che avrebbero attratto tanto pubblico pagante. Da queste esigenze nasce il film storico in costume, poi conosciuto come ‘peplum’: La presa di Roma di Alberini, Quo Vadis?, La Gerusalemme Liberata, ben due versioni de Gli ultimi giorni di Pompei, e soprattutto il mostruosamente ambizioso Cabiria di Pastrone, con la scena del sacrificio della bambina al Moloch che è già horror strutturato, e dove compare inoltre per la prima volta un personaggio che avrebbe fatto la storia del ‘genere’ – ancora una volta, qualsiasi cosa significhi – in Italia, il forzuto Maciste.

Il resto è storia, fino alla dine degli anni ’90 circa e all’avvento della cgi (su campo internazionale), che – si narra – ha messo in difficoltà gli artigiani del cinema di genere italiano, incapaci di stare al passo con i tempi. Oggi l’arrivo di film particolarmente ben curati che tentano di rompere gli schemi, come quelli che abbiamo citato in apertura, lascia ben sperare per il futuro. L’Italia però è anche il paese dei facili entusiasmi, e dunque è bene assicurarsi che non si tratti solo di un fuoco di paglia. Riflettendo: il film di Salvatores è un prodotto per ragazzi, ben scritto, con influenze dal cinema di super-eroi americano, e potenzialità multimediali che si è tentato di sfruttare con l’uscita parallela di un romanzo e una serie a fumetti. Il regista ha più volte dichiarato che lui, grazie all’Oscar, e al nome che si è guadagnato a livello internazionale, era uno dei pochi a cui ‘avrebbero lasciato fare’ una cosa del genere. Insomma, un caso specifico, più che una scossa al sistema. E il film, al botteghino, ha avuto purtroppo risultati modesti. Tanto di cappello però a Salvatores stesso che, convinto di essere l’unico a poter portare avanti un discorso simile (“superpotere dell’Oscar – disse scherzando presentando il film in conferenza – mi fanno fare quello che non farebbero fare a nessun altro”) sta preparando ora il sequel promettendo toni più adulti e dark. Benissimo. …Jeeg Robot è partito in sordina ottenendo però ottime critiche già dalla presentazione alla Festa del cinema di Roma dello scorso anno, e poi a Lucca Comics, e una tenitura eccezionale fino all’estate, con il suo fiorire di arene e cineforum, con guadagni soddisfacenti. Puntava a diventare un culto e l’ha fatto. Tutto merito, però, del coraggio (e del budget privato) del suo creatore Mainetti, che si è realizzato il prodotto da sé perché nessuno ci credeva, tranne un pochino Lucky Red, che lo ha acquisito già bello e pronto e ha investito (bene) sulla distribuzione e il marketing. Basterà a convincere altri a seguire l’esempio? Il film di Rovere: intenso, con delle scene di guida veloce girate magnificamente e montate ancora meglio, del genere ha però soltanto la confezione, perché alla base c’è ancora una – tra l’altro estremamente emozionante – storia di drammi familiari come si confà a tanto altro cinema italiano degli ultimi anni.

In tutto questo Mine è forse proprio il caso più eclatante di italiani che sanno farsi strada nel sistema-cinema a livello globale. Guaglione & Resinaro già all’epoca di True Love avevano imparato bene che il cinema (italiano?) ha bisogno di idee potenti e realizzabili con budget contenuti. E l’idea è quella di un soldato intrappolato con un piede su una mina che potrebbe esplodere. La stessa alla base di un film francese, Piegè (Passo Falso), che per uno scherzo del destino esce poco prima del loro. Ma quello che conta è lo sviluppo, e l’idea intelligente di coinvolgere Armie Hammer, famoso ma non troppo (soprattutto dopo il relativo insuccesso di The Lone Ranger), con tanta bravura ancora da mostrare e la voglia di cimentarsi con un soggetto che lo mette totalmente al centro della scena. Alla prima settimana la pellicola ha ottenuto la seconda media copia più alta della classifica. Un discreto risultato, che potrebbe diventare ottimo – lo vedremo con l’anno in corso – se la tenitura restasse costante, magari con un buon lavoro di comunicazione sui social. Ma qui scatta il paradosso: perché il pubblico dei social e quello della rete sono anche il pubblico che i film preferisce scaricarli, di solito illegalmente. Di qui l’accorato appello di Guaglione, proprio in calce alla richieste di un utente che cercava il film su un sito di streaming illegale: «È la richiesta di uno che ci ha sputato sangue per 3 anni e mezzo per realizzarlo. Ed in più…il film può piacervi o meno ma abbiamo lavorato duro per confezionare uno spettacolo audiovisivo potente per la sala. Andate a vederlo al cinema. Grazie». Il post di Guaglione, come ha raccontato, è stato seguito da molti commenti e repliche dello stesso regista. E giustamente, perché senza incassi non c’è rinascita, anche se la critica e il pubblico ti apprezzano “per la gloria”. Il punto, come sempre, è capire quanti di quelli che decidono di scaricare un film sarebbero poi effettivamente stati disposti ad andare a vederlo al cinema, e quanti piuttosto sarebbero passati a un altro prodotto. Americano, magari.

E ancora, Mine – tecnicamente coprodotto con USA e Spagna – con cast totalmente internazionale e location altrettanto esotica (Forte Ventura) è ancora considerabile un film ‘di genere’ italiano? E soprattutto, siamo sicuri che è proprio il genere ‘italiano’ che stiamo inseguendo, e non piuttosto una credibilità internazionale?

In questo senso è interessante notare come Mine e …Jeeg Robot si presentino come due progetti tendenzialmente opposti. Il primo porta il marchio del ‘made in Italy’ ma di italiano mantiene poco e niente. Potrebbe essere un film prodotto totalmente in America. O in Spagna, magari, come il precedente Buried con Ryan Reynolds che partiva da un concetto molto simile (un uomo rinchiuso in una bara), e che lo stesso team che oggi lavora su Mine (ieri per Moviemax, oggi per Eagle) aveva distribuito con buoni risultati. Il secondo invece lavora proprio sull’italianità, anzi, a livello ancora più locale, sulla romanità, sul linguaggio, sulle nostre caratteristiche intrinseche, mirando a rendere credibile l’esistenza di un super-eroe anche a Tor Bella Monaca. Insomma, il percorso è appena iniziato e sta ancora formandosi. La rinascita, forse, non è ancora arrivata, ma sicuramente la presenza di questi prodotti ci rassicura sul fatto che come si fa il ‘genere’ ce lo ricordiamo ancora, e anche bene.

Di Andrea Guglielmino

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