Da spettatore a regista - Intervista a Francesco Bruni - Arsenale Cinema

Da spettatore a regista - Intervista a Francesco Bruni

Questo mese sarai ospite dell'Arsenale per presentare il tuo “Tutto quello che vuoi”, ma a dire il vero il tuo rapporto con il Cineclub nacque già molti anni fa, vero?

Fin da ragazzo sono stato appassionato di cinema, e da Livorno spesso mi spostavo verso Pisa proprio per andare a vedere i film proposti dall'Arsenale. Poi dopo qualche anno venni a studiare lì all'Università e presi casa in zona San Martino, in Via Ceci per l'esattezza, e a quel punto il Cineclub me lo ritrovai a tre minuti di distanza. Ricordo di averci passato delle giornate intere, insieme a Luigi Guarnieri, che allora era mio collega di studi e poi dopo l'università facemmo entrambi il Centro Sperimentale di Cinematografia. Entravamo alle quattro del pomeriggio e ci stavamo fino alle dieci della sera, vedendo tre film uno appresso all'altro. E' stata un po la mia “Università del cinema”, che grazie ai vari cicli mi ha permesso di sviluppare una vera e propria cultura cinematografica. Più i film erano d'autore e più ce li mangiavamo. Ricordo ad esempio i cicli su Tarkovskij e Wenders, ma soprattutto il film che aspettavamo a gloria da tantissimo tempo, “Film” di Samuel Beckett con Buster Keaton. Ricordo che ne parlavamo da anni ed un giorno spuntò all'Arsenale. Così come non posso dimenticare la prima volta che vidi “Eraserhead - La mente che cancella” di David Lynch.

Quindi si può dire che l'Arsenale abbia influito parecchio sulla tua carriera...

Devo dire che se ho deciso di fare cinema lo devo molto all'Arsenale. All'inizio stavo facendo Lettere classiche, e mentre Paolo Virzì era andato a Roma, io non pensavo di fare la stessa strada. Però poi, grazie agli stimoli nati fra le mura del Cineclub, io e Luigi iniziammo a scrivere le prime sceneggiature, e mandandole al Premio Solinas ci accorgemmo che arrivavamo sempre in finale. A quel punto ho pensato di percorrere la stessa strada di Paolo.

Da un paio d'anni, nel nostro ciclo “I Film della vita” chiediamo ad ospiti importanti di venire a presentare il film che più li ha segnati. Qual'è il tuo “film della vita” visto all'Arsenale?

Ne dovrei necessariamente indicare uno italiano e uno americano. Certamente “Una giornata particolare” di Ettore Scola, per il suo stile e la sua eleganza. E poi “Nashville” di Robert Altman, che mi folgorò completamente. Ho scoperto che Altman dichiarò di avere un debito nei suoi film corali verso “Domenica d'agosto” di Luciano Emmer, che è un copione di Sergio Amidei, che è maestro di Furio Scarpelli, che è stato, anche se indirettamente, mio maestro. C'è una lontana parentela tra i miei “nonni cinematografici” e Altman, e questo mi inorgoglisce molto.

Da ormai molti anni vivi a Roma. Nella città del cinema, sei riuscito a trovare un altro Arsenale?

Un vero e proprio Arsenale, con quel tipo di struttura, francamente non l'ho più ritrovato neanche a Roma. Il mio cinema di riferimento è stato per molti anni il Sacher, che fa una bellissima programmazione, ma è tutto un altro paio di maniche. Spero molto in quello che faranno i ragazzi che stanno riaprendo il Cinema America, che non cercheranno la via commerciale ma proporranno rassegne, e magari potrei ritrovarci quell'impostazione che ho tanto apprezzato all'Arsenale.

In occasione delle celebrazioni per i 35 anni dalla nascita del Cineclub, qual'è l'augurio che ti sentiresti di fare?

Spero che questo tipo di programmazione e approccio al cinema continui da parte vostra, perché se per me è stato fondamentale per diventare regista, magari potrebbe essere fonte di ispirazione per qualche giovane studente universitario o liceale, per trovare una strada inaspettata per il suo futuro. Sono con voi, anima e cuore.

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