David Lynch, quarant'anni tra sogni e incubi - Arsenale Cinema

David Lynch, quarant'anni tra sogni e incubi

Eraserhead, la mente che cancella, la mente che rimuove.

Non può essere altrimenti, tutto il cinema di David Lynch si fonda sul vano tentativo di nascondere un qualcosa che è destinato a riemergere con veemenza. “A me piace ricordare le cose come le ricordo io”, diceva Fred in Strade Perdute, peccato però che sarà ancora lì a guidare nel buio e a suonare campanelli.

In fin dei conti anche Henry (Jack Nance), il protagonista dell’opera prima del regista di Missoula, un buffo freak uscito quasi per sbaglio da una slapstick comedy, è totalmente in balìa di quella parte di sé che non vuole accettare. L’inconscio però reclama sempre la sua autorità e non esita a farci precipitare nel peggiore degli incubi.

Eraserhead, metamorfosi kafkiana che a distanza di quarant’anni non ha perso la sua anima aliena(nte), ci traghetta in un’apocalisse in bianco e nero. Henry subisce l’assurdità di un arido mondo meccanico, dove dalla terra non crescono più alberi ma inquietanti tubi, dove i rapporti interpersonali sopravvivono in distorte perversioni, dove la natura è inevitabile deformità. Una natura sua figlia, che assume le sembianze di un mostruoso pargolo prematuro verso il quale è costretto ad assumersi le proprie responsabilità come genitore.

In questa prigione mentale non c’è altra alternativa che trovare una via di fuga. E cosa c’è di più lynchano di un sogno in cui poter dare libero sfogo al proprio desiderio?

Quell’altrove è lì ad aspettarci: tra gli interstizi di un calorifero una lady dalle guance simili a due organi genitali maschili è pronta ad abbracciarci in un paradiso ideale, appagante, no mind. La prima delle infinite soglie del cinema di Lynch attraverso cui (non) sempre è meraviglioso perdersi, perché, come per l’orecchio di Velluto Blu è la nostra testa l’ignoto universo da indagare.

Precursore del body horror, Eraserhead è un’allucinazione audiovisiva, unisce una surreale impalcatura pittorica che spazia da Francis Bacon (idolo indiscusso del regista) alla Metafisica, da Kokoschka a Magritte, con un geniale uso di sonorità industrial, vicine alla musica concreta, tanto ipnotiche quanto profondamente disturbanti. Amato follemente da Kubrick che lo proiettava in loop sul set di The Shining per inquietare ulteriormente gli attori, questo film è un piccolo capolavoro low-budget in grado di sperimentare pur rimanendo all’interno di certe coordinate del bmovie.

David Lynch lo ha definito il suo film più spirituale, ma potremmo dire anche più personale.

Dobbiamo aspettare il 2006 con Inland Empire e la terza stagione di Twin Peaks per ritrovare una tale libertà espressiva.

Eraserhead fu un’odissea produttiva di ben sei anni: il regista perse la casa, dormì di nascosto sul set, chiese espressamente a Jack Nance di non tagliarsi i capelli. E’ il frutto di un genio che ha il dono di fondare un immaginario soggettivo, riconoscibile ad occhi chiusi, ma capace come nessuno di rappresentare i fantasmi del nostro mondo interiore.

Dentro la testa, oltre la testa.

Marco Compiani

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