C'era la guerra in Cecenia - Cineclub Arsenale APS

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C'ERA LA GUERRA IN CECENIA

di Adriano Sofri

Durata: '
Luogo, Anno: 2023
Cast:


Sinossi

Nel 1996, per «L’Espresso» e il programma televisivo «Mixer», andai avventurosamente nel Caucaso, in Cecenia. C’era una guerra spietata e insieme inverosimile: la Federazione russa contro un paese grande, cioè piccolo, come una media regione italiana, con una popolazione di poco superiore al milione. La cosa più inverosimile è che la Cecenia vinse quella guerra. Poco dopo bisognò chiamarla Prima guerra cecena, perché intanto era scoppiata la Seconda, e Eltsin aveva ceduto il posto a Putin, il quale proclamò che avrebbe stanato i ceceni fin dentro i cessi. Nel mio soggiorno feci una stretta conoscenza con persone civili, coi combattenti e i loro capi, e viaggiai per lungo e per largo, dalla capitale Grozny ai villaggi di montagna. Passò qualche mese, si era raggiunta una tregua delle armi, e un’auto che portava tre volontari italiani, due medici e un organizzatore, impegnati con l’associazione Intersos, fu fermata da banditi armati al confine fra Inguscezia e Cecenia, e i tre furono rapiti. Il sequestro si protraeva e i servizi russi e italiani mostrarono di non avere alcuna capacità di misurarsi con quella situazione. I famigliari dei sequestrati mi chiesero di usare del mio legame recente con la Cecenia, era più o meno una pazzia, partii. Per mio conto: confidando nella piena ostilità delle autorità competenti. Il secondo viaggio fu ancora più romanzesco e rocambolesco, e drammatico: il miraggio di valere a salvare delle vite è seducente, la probabilità di fallire e addirittura di nuocere è un incubo. Finì bene. Ci aiutarono in tantissimi. Fra loro i più autorevoli comandanti, che ora erano diventati massime autorità di uno Stato riconosciuto, il ragionevole Aslan Maschadov, il leggendario Shamil Basaev, perfino il famigerato intruso Ibn al-Khattab, e di lì a poco avrebbero tenuto i primi posti nelle classifiche del terrorismo mondiale. Questo diario di una straordinaria vicenda di guerra, di distruzione e di liberazione, non è stato pubblicato per più di venticinque anni, per una ragione: la paura di mettere in pericolo qualcuna o qualcuno dei personaggi coinvolti di quella tormentata parte di mondo. Viene pubblicato a distanza di più di venticinque anni per una ragione: c’è la guerra in Ucraina


Critica

Adriano Sofri nel 1996 è reduce dall’assedio di Sarajevo, la Bosnia che diventerà il metro di paragone della sua nuova avventura in una terra ancora più infida.

Cerca una guida, la trova in un personaggio dall’anagrafe altisonante, la principessa abkhaza Ziala Cicibaia, e già la premessa è romanzesca, allude a mondi lontani, immaginari. Annota su un diario che diventerà via via più fitto di preziosi dettagli le difficoltà di recuperare un visto nella Mosca da poco post-sovietica finché rompe gli indugi e opta per un viaggio semi clandestino.

Precipita in un posto che «appartiene a uno o due secoli fa salvo che gli hanno insegnato a usare le armi più nuove». Grozny, la capitale, è un cumulo di macerie ma con il mercato affollato, il fango ovunque, i soldati per ogni dove, e la colonna sonora sono gli spari. Sofri passa dalla città ai villaggi «distrutti spaventosamente come se fossero stati schiacciati da un maglio bestiale», le donne a cucinare a ritmo continuo gli uomini a conversare, straniero sempre desiderato, scopre alleanze e inimicizie di quel piccolo popolo sventurato, i modi di dire: «Se ti cerchi un nemico vieni in Cecenia. Anche se ti cerchi un vero amico».

Disvela negli articoli su L’Espresso e nei reportage per il programma Mixer quelle che oggi definiremmo fake news, frutto della propaganda russa che descrive i ceceni come mafiosi, lestofanti, briganti. Vladimir Putin più tardi definirà “operazione di polizia” il secondo conflitto contro di loro quando promise di stanarli fin dentro i cessi: una passione per gli eufemismi se poi chiamerà “operazione militare speciale” quella d’Ucraina. Tutto si tiene.

INTRECCIARE RELAZIONI

L’autore intreccia quelle relazioni profonde e solidali che in battibaleno si consolidano come solo nelle situazioni estreme. Loro sono ghiotti di notizie dell’Italia e lui viceversa. Conosce la fierezza, il significato antico della parola d’onore, il senso dell’ospitalità insegnato fin da quando si è bambini. È rapito dalla struggente bellezza del paesaggio di montagna, la luce, il freddo, le albe e i tramonti, le aquile maestose nel cielo.

Ascolta i discorsi delle principesse come le vanterie esagerate dei guerriglieri, tra pranzi e cene pantagruelici a cui è impossibile dire di no perché suonerebbe come uno sgarbo. «La cosa più notevole di queste persone dopo l’ospitalità e in un certo senso a suo complemento, è l’ingenuità. Sono senza sospetto e, per quello che intuisco, lo disprezzano. Si vergognerebbero di non essere franchi per prudenza: quando si pone il problema di come raccontare le cose senza comprometterli, quasi si offendono».

Filma due disertori russi. «Ci dicevano che saremmo andati a combattere per una causa giusta contro dei banditi venuti dai paesi baltici, che andavamo a difendere la Russia». Basta sostituire la parola “banditi” con la parola “nazisti” ed ecco l’Ucraina. I russi al fronte, carne da macello, ignari del contorno che la sera proverbialmente si ubriacano e sparano a casaccio, anche contro i commilitoni.

Nella percezione cecena: «Da noi c’è la vendetta, ma là (in Russia) si uccidono tra padri e figli, mogli e mariti, e poi seviziano i cadaveri. Noi uccidiamo per vendetta, ma non manchiamo mai di rispetto ai nemici, né facciamo cose così macabre... Per non prendersi cura degli anziani li uccidono e li buttano da parte, da noi non è concepibile nemmeno in un incubo. La società che protegge i vecchie e cura i bambini ha il futuro dalla sua».

TENERE IL FILO

A fine febbraio del 1996 Adriano Sofri tornò in Italia immaginando conclusa la sua esperienza in quel tragico e affascinante mondo antico. Il destino decise diversamente, lo costrinse a un’appendice autunnale del viaggio dell’inverno precedente. Tre volontari di Intersos, Augusto Lombardi, Giuseppe Valenti e Sandro Pocaterra, erano stati rapiti in Cecenia. I famigliari gli chiesero di occuparsene. Non aveva alcuna fiducia «di poter venire a capo di una simile avventura». Sua nipote, Francesca, gli fece capire che si aspettava che partisse.

Non la volle deludere, persuaso anche che né il ministero degli Esteri né i servizi segreti con i loro legami a Mosca nulla potessero nell’intricato groviglio caucasico. E qui comincia una cronaca dall’interno, di un protagonista, di una ricerca difficile e perigliosa. I dubbi, lo sconforto, la speranza, i nervosismi, le mosse, anche i dissidi, i raggiri, i finti mediatori, gli intermediari veri.

Nei lunghi momenti d’attesa di ogni sequestro ancora storie. Come quella del soldato russo ucciso che aveva addosso una lettera della madre: «Figlio mio la roba che ci hai spedito l’abbiamo ricevuta, tappeti non prenderne più, prendi l’oro, i dollari, i gioielli, prendi queste cose, delle altre ne abbiamo a sufficienza». In Ucraina scambi di questo tenore avvengono con i telefoni cellulari, cambiano le modalità perché la tecnologia ha fatto progressi, non la sostanza.

Poi l’incontro con Shamil Basaev, leader dell’insurrezione antirussa, più avanti “compromesso” in clamorose azioni di terrorismo, il teatro Dubrovka, la scuola di Beslan, ma all’epoca eroe della resistenza.

I tre italiani furono liberati grazie anche ai buoni uffici di Salaudi, un buon amico di Adriano Sofri. Il quale, tanto tempo dopo, è partito per Odessa e dintorni. Ucraina. Per continuare a tenere il filo con chi riceve le bombe in testa.

editorialedomani.it