Colazione da Tiffany - Cineclub Arsenale APS

loading...

COLAZIONE DA TIFFANY

di Blake Edwards

Durata: 115'
Luogo, Anno: USA, 1961
Cast: Audrey Hepburn, George Peppard, Patricia Neal, Buddy Ebsen, Martin Balsam


Sinossi

Holly è una provinciale - ma molto sofisticata - che vive a New York. Ha frequentazioni di gente di ogni tipo: artisti, ricchi, malviventi. Paul è un giovane scrittore protetto da un'amante più anziana di lui. Holly e Paul abitano nello stesso palazzo. Si conoscono, diventano amici. La ragazza, che mira a sposare un miliardario, passa da una festa all'altra, rincorre il tempo, è fragile, passa da depressioni profonde a esaltazioni sfrenate. Ma non manca mai, la mattina, rientrando da una festa, di far colazione davanti alle vetrine di Tiffany, la leggendaria gioielleria.


Critica

Blake Edwards traduce la dura leggerezza di una novella di Truman Capote in favola sentimentale e fa della sua creatura letteraria una figura indelebile della sophisticated comedy. Il mondo fantastico di Holly (Holyday...) vorrebbe coincidere con le fatuità del jet-set che le gravita attorno, ma le paturnie, attacchi di panico che la posseggono d'improvviso, glielo impediscono: la gioielleria Tiffany diventa il rimedio all'angst, al dolore inesprimibile, non per gli ori e i preziosi in vetrina, ma per l'atmosfera levigata, per l'austero silenzio, per i commessi distinti. Non può capitarti niente di brutto là dentro. C'è tutto il tormento capotiano nella figura di Holly: la sua svampitezza, la sua vitalità sono la fragile patina che copre la consapevolezza di un amaro vivere contro la quale il rutilante life-style della protagonista si rivela effimera panacea. Holly Golithly, dunque, cerca un posto nel quale finalmente "stare": la cover-girl, l'attricetta, la consolatrice del mafioso Sally Tomato è destinata a cercarlo senza posa sapendo, nel profondo, che la sua vita si esaurirà in questo vano eremitaggio; come il suo gatto, al quale rifiuta di affibbiare un nome, appartiene solo a se stessa: si è, insomma, ineluttabilmente soli, una festa indiavolata, un miraggio matrimoniale, il fantasma amoroso ce lo fanno dimenticare solo per qualche attimo. Tutto il carico della disillusione del romanzo viene alleggerito dal film attraverso l'uso di un registro satirico e pungente, l'angoscia diventa risvolto, inchinandosi alle ragioni della commedia, merito e limite di una pellicola che scapicolla verso un lieto fine, mieloso e appiccicaticcio, che il grande scrittore, non accettò mai. Edwards, con l'apporto decisivo dello sceneggiatore George Axelrod, dosa tutti gli ingredienti con mano leggera: l'amore, i soldi, il sesso, l'arte, la stravaganza, affida le musiche al solito Mancini (che regala le note di quello che sarebbe diventato, grazie anche a una memorabile versione di Frank Sinatra, un evergreen, Moon river) e consegna ai posteri un memorabile manifesto di "pesante" frivolezza.

spietati.it