Delta Park - Cineclub Arsenale APS

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Delta Park

di Karine de Villers, Mario Brenta

Durata: 68'
Luogo, Anno: Italia/Belgio, 2016
Cast:


Sinossi

Si chiamano Cosmos, Moses, Efosa, Franklin, Augustin, Sunday, Esosa, Godwin, Abdoulai, Enry, Mustafa, Nathaniel, Charles, Victor, Ali. Questi ragazzi africani si sarebbero potuti ritrovare in un centro di accoglienza, in un campo, in una stazione o per strada, ma sono finiti in questo hotel sul Delta del Po – il Delta Park – trasformato in un centro profughi, tempo che gli venga accettata la richiesta d’asilo. Nel frattempo condividono la quotidianità con il proprietario e la sua famiglia, che in cambio di quest’insolita ospitalità riceve dallo Stato 30 euro al giorno per ogni immigrato, uno scambio che ha permesso di riavviare l’albergo.

In programmazione

Critica

"Delta Park" è un film sui migranti (oddio, argomento più che abusato di questi tempi!) ma un po’ diverso da quello che si vede un circolazione.

Non parla delle traversie nautiche attraverso il Mediterraneo o di quelle alpine attraverso le frontiere ma di quello che avviene dopo, quando finalmente si è giunti alla Terra Promessa.

Proprio di questa Terra Promessa che, ahimè, non si rivela per nulla tale, cioè come si vagheggiava che fosse.

"Delta Park" è il nome di un albergo vicino alla foce del Po e vicino anche al fallimento senonché… senonché si è trasformato in centro di accoglienza per migranti, grazie ad una sovvenzione elargita dallo stato.

Non si sta male al Delta Park: si è ospitati, nutriti, vestiti e, questo, a tempo indeterminato, cioè fino a quando si è in attesa del permesso di soggiorno. Permesso che, quasi certamente, dopo corsi e ricorsi, non arriverà mai.

Allora il paradiso finisce: si deve uscire dall’albergo ed entrare nella clandestinità. Più che paradiso allora questo è un limbo, un limbo di lunga durata (anche un paio d’anni) durante i quali non è concesso lasciare l’albergo e tanto meno lavorare pena la perdita del diritto di accoglienza.

Le giornate passano uguali, ripetitive: ci si alza presto, si fa colazione, si fanno le camere, si giocherella col cellulare, si ciondola davanti alla tv, si gironzola per il paese o per la campagna, a piedi o spesso su un rottame di bicicletta recuperata da uno sfascio. Si tira avanti fino all’ora di pranzo, poi ci riposa, si riprende il cammino interrotto: quello della noia, della progressiva alienazione. Come alienante è il paesaggio che sta attorno. Un paese che sta morendo: fabbriche, cantieri, negozi che chiudono… una vegetazione sempre più selvaggia, quasi africana, che sembra voler inghiottire tutto. Si intravvede, sempre meno in filigrana sempre più evidente, qual è la situazione reale del nostro Paese, della nostra civiltà occidentale. Un “day after”?

Forse più che altro un “day before”, “before the fall”. Prima della caduta, prima della fine dell’Impero. “No future”. Non un avvenire, ma solo un passato che sta andando in rovina. Un film “beckettiano" su una realtà che va progressivamente rarefacendosi, disfacendosi verso il nulla…?

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