Critica
Sembrano quasi carceri modello, di quelle che sulla carta dovrebbero incarnare un’idea “illuminata” di detenzione, gli istituti penitenziari indonesiani in cui è ambientato Ghost in the Cell, la dodicesima opera del cineasta indonesiano Joko Anwar, presentata nella sezione Forum della Berlinale 2026. Gli spazi sono ordinati, regolati, apparentemente funzionali: c’è una sala di preghiera – naturalmente islamica – e perfino un ambiente destinato alle attività artistiche, tra pittura e scultura, quasi a suggerire un’idea rieducativa della pena. Ma questa architettura, più che realistica, si rivela presto un contenitore metaforico, una struttura che incarna e riflette le ossessioni del regista e, insieme, le contraddizioni della società indonesiana nel suo complesso. Come nella migliore tradizione del prison movie – si potrebbe pensare a Quella sporca ultima meta di Aldrich – il carcere diventa un microcosmo, un laboratorio sociale in cui si concentrano tensioni politiche, religiose e culturali. I modelli di riferimento, per quanto riguarda l’universo carcerario, sono in larga parte asiatici: da Prison on Fire di Ringo Lam a On the Job di Erik Matti. Tuttavia, già il titolo rivela un’intenzione più stratificata. “Ghost in the Cell” è un gioco di parole che allude a fantasmi nelle celle, quelle penitenziarie, deformando esplicitamente il titolo del celebre franchise iniziato da Mamoru Oshii con Ghost in the Shell. “Cell”, del resto, significa anche “cellula”: e queste celle diventano cellule tematiche del cinema di Anwar, che torna ancora una volta su questioni a lui care, prima fra tutte la religione islamica e la sua pervasività nel più grande paese musulmano del mondo. Accanto alla religione, un altro asse portante è l’arte. I quadri, le sculture, l’atto stesso della creazione artistica vengono deformati in chiave macabra: gli omicidi seguono una logica estetica grottesca, come se l’assassino volesse emulare l’arte raffinata e perversa di Hannibal Lecter, in particolare la posa artistica del cadavere del poliziotto appeso alle sbarre in Il silenzio degli innocenti. Ogni corpo è esposto come un’opera: smembrato, amputato, decapitato, talvolta tagliato a metà e poi ricomposto secondo una composizione che ambisce a un’originalità disturbante. Sin dal primo omicidio – quello dell’editore, ucciso con forbici “argentiane” e poi crocifisso sulle pale rotanti di un grande ventilatore – il film esplicita questa vocazione installativa. Non a caso, il primo cadavere rinvenuto in carcere viene definito “in posizione innaturale”, secondo una propensione al grottesco che permea tutto il film.
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