Ghost in the Cell - Cineclub Arsenale APS

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GHOST IN THE CELL

di Joko Anwar

Durata: 106'
Luogo, Anno: Indonesia/Corea del sud, 2026
Cast: Abimana Aryasatya, Almanzo Konoralma, Aming Sugandhi, Arswendy Bening Swara


Sinossi

Un carcere di massima sicurezza, sotto il giogo di un direttore tirannico, viene sconvolto da una serie di efferati omicidi, con i corpi delle vittime esposti in modo macabramente spettacolare. Chi è il colpevole e chi sarà la prossima preda? Tra improvvise sfide di ballo e preghiere repentine, risse furibonde e invocazioni a Kierkegaard, detenuti sventurati cercano disperatamente riparo. Superando le rivalità interne tra bande, si uniscono per decifrare il movente dietro le uccisioni e placare il loro nemico invisibile e ultraterreno.


Critica

Sembrano quasi carceri modello, di quelle che sulla carta dovrebbero incarnare un’idea “illuminata” di detenzione, gli istituti penitenziari indonesiani in cui è ambientato Ghost in the Cell, la dodicesima opera del cineasta indonesiano Joko Anwar, presentata nella sezione Forum della Berlinale 2026. Gli spazi sono ordinati, regolati, apparentemente funzionali: c’è una sala di preghiera – naturalmente islamica – e perfino un ambiente destinato alle attività artistiche, tra pittura e scultura, quasi a suggerire un’idea rieducativa della pena. Ma questa architettura, più che realistica, si rivela presto un contenitore metaforico, una struttura che incarna e riflette le ossessioni del regista e, insieme, le contraddizioni della società indonesiana nel suo complesso. Come nella migliore tradizione del prison movie – si potrebbe pensare a Quella sporca ultima meta di Aldrich – il carcere diventa un microcosmo, un laboratorio sociale in cui si concentrano tensioni politiche, religiose e culturali. I modelli di riferimento, per quanto riguarda l’universo carcerario, sono in larga parte asiatici: da Prison on Fire di Ringo Lam a On the Job di Erik Matti. Tuttavia, già il titolo rivela un’intenzione più stratificata. “Ghost in the Cell” è un gioco di parole che allude a fantasmi nelle celle, quelle penitenziarie, deformando esplicitamente il titolo del celebre franchise iniziato da Mamoru Oshii con Ghost in the Shell. “Cell”, del resto, significa anche “cellula”: e queste celle diventano cellule tematiche del cinema di Anwar, che torna ancora una volta su questioni a lui care, prima fra tutte la religione islamica e la sua pervasività nel più grande paese musulmano del mondo. Accanto alla religione, un altro asse portante è l’arte. I quadri, le sculture, l’atto stesso della creazione artistica vengono deformati in chiave macabra: gli omicidi seguono una logica estetica grottesca, come se l’assassino volesse emulare l’arte raffinata e perversa di Hannibal Lecter, in particolare la posa artistica del cadavere del poliziotto appeso alle sbarre in Il silenzio degli innocenti. Ogni corpo è esposto come un’opera: smembrato, amputato, decapitato, talvolta tagliato a metà e poi ricomposto secondo una composizione che ambisce a un’originalità disturbante. Sin dal primo omicidio – quello dell’editore, ucciso con forbici “argentiane” e poi crocifisso sulle pale rotanti di un grande ventilatore – il film esplicita questa vocazione installativa. Non a caso, il primo cadavere rinvenuto in carcere viene definito “in posizione innaturale”, secondo una propensione al grottesco che permea tutto il film.

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