Il regno del pianeta delle scimmie - Cineclub Arsenale APS

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IL REGNO DEL PIANETA DELLE SCIMMIE

di Wes Ball

Durata: 145'
Luogo, Anno: USA 2024
Cast: Owen Teague, Freya Allan, Peter Macon, Lydia Peckham, Travis Jeffery


Sinossi

Nel 2029, in una stazione spaziale, il capitano Leo Davinson addestra un cucciolo di scimpanzé al pilotaggio. L'animale viene risucchiato in un buco spazio-temporale e Davinson cerca di salvarlo con un'altra navetta, ma fallisce e precipita su un pianeta governato da primati che parlano la sua lingua.


Critica

Sono passate generazioni dalla morte del primo leader delle scimmie senzienti, Cesare, e ora i primati hanno il controllo del mondo, ma non hanno sviluppato una società particolarmente evoluta. Noa vive infatti in una piccola comunità rurale, che usa come torri i tralicci dell'alta tensione ricoperti dalla vegetazione. La specializzazione del suo clan è addestrare aquile, di cui rubano le uova per crescerle in modo che rispondano al canto delle scimmie. Questa comunità viene razziata dal vicino regno di Proximus Caesar, che ha costruito una società militare e dittatoriale, grazie alle armi elettriche fornitegli da un umano suo prigioniero. Gli aggressori cercano una giovane donna, che troverà rifugio viaggiando insieme a Noa e al saggio orango Raka, custode delle antiche lezioni di Cesare.

Riparte la saga del Pianeta delle scimmie con un netto salto temporale in avanti e però pure un villain e un protagonista troppo generici. L'ultimo atto apre prospettive interessanti per il futuro, ma ci arriva con fatica.

L'idea di fondo di questa ripartenza sembra essere che gli umani non hanno ancora detto l'ultima parola: il virus che li ha resi progressivamente più stupiti e involuti, tanto che vengono chiamati Eco, non ha colpito tutti loro. Proximus cerca di usare le conoscenze di questi rari sopravvissuti per armarsi meglio, ma pure per schiacciarli una volta per tutte, temendo che cerchino di riprendere il controllo. E il film, in ultima analisi, non sembra dargli torto: gli umani sono davvero creature infide, per quanto la condizione disperata in cui si trovano in fondo li giustifica. Il che apre un dilemma intrigante per i prossimi capitoli (Wes Ball, il regista, ha concepito Il regno del pianeta delle scimmie come l'inizio di una trilogia), ma per arrivarci impiega due ore e venti minuti, costellati di luoghi comuni, di simbologie fin troppo trasparenti e di dialoghi stentati.

Il principale limite del film è infatti ritmico e non è una novità: già i capitoli di Matt Reeves, per chi scrive molto sopravvalutati, si incartavano nel momento in cui i primati iniziavano a parlare, in modo lento e faticoso, saltando spesso pronomi, preposizioni e verbi ausiliari, proferendo inframezzate di pause, come se ogni termine richiedesse uno sforzo. In quei film aveva senso e comunque c'erano spesso anche umani in scena che parlavano più velocemente, rialzando il ritmo, mentre qui siamo di fronte a dialoghi quasi tra sole scimmie, che si saranno pure evolute ma ancora hanno difficoltà nell'eloquio. Ci sono poi prevedibili schemi di sceneggiatura: ovviamente la falconeria con le aquile - per altro rapaci affatto casuali che subito ci dicono quali personaggi sarebbero incarnazioni dello spirito americano e quindi "eroici" - sembra per buona parte del film una sottotrama senza un perché, ma si rivela risolutiva nel finale. Sono insomma l'equivalente alato della pistola "di Cechov": se le vedi nel primo atto sai che prima della fine attaccheranno qualcuno con i loro affilati artigli.

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