Io e Annie - Cineclub Arsenale APS

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Io e Annie

di Woody Allen

Durata: 93'
Luogo, Anno: USA, 1977
Cast: Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts


Sinossi

Alvy Singer, sguardo in macchina, ci racconta le sue riflessioni sulla vita e sulla morte e sulla fine del suo rapporto con Annie. Fin da piccolo soffriva di qualche depressione relativa al timore dell'espansione dell'universo e anche a causa della sua abitazione situata sotto le montagne russe del Luna Park. Il suo interesse per l'altro sesso era già vivo all'epoca. Divenuto adulto è ora un comico di successo che la gente riconosce per la strada. Le sue ossessioni hanno subìto una trasformazione: ora si sente vittima dell'antisemitismo. Con Annie le cose non vanno bene: arriva in ritardo al cinema (lui odia vedere i film già iniziati) e non ha voglia di fare l'amore.


Critica

Nel 1978 Annie Hall vince quattro Oscar: miglior film, regia, sceneggiatura e attrice protagonista. Woody Allen non lascia New York e non va a Hollywood a ritirare il suo premio, ma trova il modo di far sapere che “il film è il risultato di tutto ciò che nella mia vita e nel cinema rappresenta Diane Keaton”. L’autobiografia è trasparente e autorizza la chiamata in causa dello spettatore: nell’immagine d’apertura, Woody Allen guarda negli occhi il pubblico e comincia a parlare di sé. L’interpellazione diretta tornerà più e più volte, talora producendo climax comici; l’idea di infrangere l’ordito classico della narrazione viene ad Allen da Passione di Bergman (nel tempo sono stati chiamati in causa, come possibili fonti, anche Ionesco e Pirandello, le tecniche di straniamento brechtiano e Groucho in Horse Feathers). L’impatto di Annie Hall, messa in opera di una “disintegrazione romantica” (Peter Bailey) e conseguente disintegrazione linguistica, fu assai vasto: quel che Diane Keaton aveva rappresentato andò a modellare un certo gusto dei tempi, un glamour femminile fatto di seducente insicurezza, interloquire svagato, lieve dipendenza farmacologica e larghi pantaloni, cappelli, cravattine, con evidenti omaggi allo stile Kate the great (il primo incontro di Alvy Singer e Annie Hall, la partita a tennis, il quasi estorto passaggio in macchina rimandano a Susanna!). Se Annie è musa e genius loci (il locus, naturalmente, è New York) l’ego del nostro eroe non rinuncia al centro della scena: tormentato dall’ineluttabilità del binomio sesso e morte, Alvy specula, interpreta, interroga se stesso e il mondo, soprattutto elegge la memoria a privilegiato playground: una memoria di sé che gli si offre ricca, orizzontale, variegata, percorribile in ogni direzione, giocosamente o malinconicamente combinatoria. La divagatio mentis è così libera che Allen si ritrova con oltre duecento minuti di girato, ridotti poi agli attuali novantatre (spariscono le fantasie più surreali). D’altra parte per Alvy Singer, ebreo, intellettuale, umorista, ipocondriaco, moralista newyorkese fisicamente allergico alla fatua amoralità californiana, la memoria non può non essere un punto nodale: vede e rivede il documentario sull’Olocausto Il dolore e la pietà, e alla fine della storia con Annie conclude che è stato bello anche solo averla incontrata, se comunque restano i ricordi, proustiani ‘istanti perduti nel tempo’ che vediamo scorrere mentre la voce di Diane Keaton sussurra Seems like old times e per un attimo il montaggio depura la vita da ogni scoria, da ogni gesto sbagliato o tempo morto. Alvy e Annie si baciano contro lo skyline di Manhattan visto dal Franklin Delano Roosevelt Drive: comincia ufficialmente l’era Woody Allen, everyman senza uguali della commedia cinematografica moderna.

Paola Cristalli (Catalogo Il Cinema Ritrovato 2017)