La lunga notte del ’43 - Cineclub Arsenale APS

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La lunga notte del ’43

di Florestano Vancini

Durata: 106'
Luogo, Anno: Italia, 1960
Cast: Enrico Maria Salerno, Gabriele Ferzetti, Belinda Lee, Gino Cervi


Sinossi

Il film di Florestano Vancini, “La lunga notte del ‘43” si rifà ad un evento storico realmente accaduto, l’eccidio di castello Estense, cioè la fucilazione ad opera dei fascisti di alcuni oppositori ferraresi in seguito all’avvenuta uccisione del federale Ghisellini; in questo caso, però, l’evento è mediato dall’opera letteraria di Giorgio Bassani, ed in particolare ad un racconto (“La notte del ‘43”) che si ispira liberamente al fatto storico in questione.

In programmazione

Critica

Prodotto quando oramai anche gli ultimi residui di afflato neorealista iniziavano a svanire dal proscenio nazionale, La lunga notte del ’43 segna un punto di passaggio e di snodo di primaria importanza: senza lasciarsi lusingare dalle moine del boom economico, che pure svolgerà un ruolo fondamentale nella storia del cinema italiano (in particolar modo grazie all’acre retrogusto beffardo e disilluso della commedia), Vancini evita anche qualsiasi apparentamento con il neorealismo, che apparirebbe oramai goffo, fuori tempo massimo, del tutto squilibrato: il suo esordio si inserisce invece in un percorso di rilettura della storia recente, tra analisi del ventennio fascista e ricordo delle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, che troverà nel corso degli anni Sessanta e Settanta molti cantori, sia tra i nomi noti (il già citato Bassani trasposto da De Sica, il Bernardo Bertolucci di Novecento) che tra quelli considerati “minori” (il misconosciuto Giovinezza, giovinezza di Franco Rossi, tanto per fare un esempio).
Al di là dell’indubbia qualità nella messa in scena e nella scrittura dei personaggi, a sorprendere ancora oggi, a distanza di più di cinquant’anni, è la purezza di sguardo di Vancini, che allo stesso tempo riesce a evitare sempre la semplificazione del discorso. La trama de La lunga notte del ’43 si riduce, a conti fatti, a una triangolazione di punti di vista piuttosto netta: la macchina da presa segue e riprende le vite di Pino Barillari, di sua moglie Anna e del da lei amato Franco Villani. La nettezza del triangolo appare chiara fin dalla forza dei singoli personaggi. L’angosciata e ben poco felice Anna da un lato guarda con disprezzo Pino, fisicamente impotente – è infermo a causa di un’infezione venerea – e inabile a svolgere il ruolo che la società gli ha imposto, dall’altro cerca di trovare effimero conforto nel ben più prestante Franco, a sua volta reso però inabile dalla società, in quanto antifascista.Nello scontro tra impotenza fisica e impotenza sociale si risolve uno dei punti fondativi de La lunga notte del ’43, nonché uno dei tratti peculiari dell’intera poetica di Vancini: l’uomo è vittima della società e ancor prima della natura, e non può trovar sollievo, né risoluzione alla propria mediocrità. Per questo ad Anna, appurata la meschinità di Franco e incapace di comprendere un marito che ha sempre visto solo come un fratello (come informa lei stessa lo spettatore), non resta altra via se non la sparizione, l’oblio, l’eterna dimenticanza. Dimenticanza che è anche il rimosso volontario di una nazione a sua volta incapace di uscire indenne da una guerra che prima ancora che contro l’invasore è stata contro se stessa, la propria natura, la propria indole di accettazione del sopruso. La lunga notte del ’43 è uno dei primi film a cogliere l’essenza della guerra di liberazione: non solo e non soprattutto un atto di resistenza contro le forze tedesche che avevano occupato il territorio dopo l’armistizio firmato da Pietro Badoglio in fuga verso Brindisi, ma piuttosto la resa dei conti (come tale inevitabilmente sommaria) di una parte della popolazione nei confronti dell’altra.
Anche per questo, con ogni probabilità, all’epoca dell’uscita si cercò di ostacolare la distribuzione del film, assegnandogli addirittura un divieto ai minori di sedici anni; una volta trovata la lettura più comoda, quella di una guerra eroica contro l’invasore e contro un manipolo – ma non molto di più – di “traditori” che l’appoggiavano, che senso aveva aprirsi ancora al dibattito? La lunga notte del ’43, con la sua Ferrara tetra e immersa nella nebbia, che preferisce lo scomparire al mostrarsi – e anche la scelta di ricostruirla in studio a Roma contribuisce alla riuscita di un’atmosfera che si sposta dal dramma a fosche tinte al noir d’oltreoceano e d’oltralpe – è una pugnalata al cuore di un’Italia che già pregustava i fasti del capitalismo e ben poca voglia aveva di sporcarsi le mani con la fanghiglia dalla quale si era (ri)generata nella definizione democratica e repubblicana. Nel gesto di Franco che, lontano da quegli eventi luttuosi, preferisce negare a se stesso la realtà dei fatti stringendo la mano all’aguzzino fascista che uccise suo padre (insieme agli altri antifascisti della città), Vancini racchiude quindici anni di storia di un paese che si vuole emancipato ma non ha saputo fare i conti con se stesso, e con la propria intimità. Inabile e impotente, come i tre protagonisti di questa triste vicenda.

Raffaele Meale, quinlan.it