Lazzaro Felice - Cineclub Arsenale APS

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Lazzaro Felice

di Alice Rohrwacher

Durata: 130'
Luogo, Anno: Italia, 2018
Cast: Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Sergi López, Nicoletta Braschi


Sinossi

La Marchesa Alfonsina de Luna possiede una piantagione di tabacco e 54 schiavi che la coltivano senza ricevere altro in cambio che la possibilità di sopravvivere sui suoi terreni in catapecchie fatiscenti, senza nemmeno le lampadine perchè a loro deve bastare la luce della luna. In mezzo a quella piccola comunità contadina si muove Lazzaro, un ragazzo che non sa neppure di chi è figlio ma che è comunque grato di stare al mondo, e svolge i suoi inesauribili compiti con la generosità di chi è nato profondamente buono. Ma qual è il posto, e il ruolo, della bontà fra gli uomini?

In programmazione

Critica

Una fiaba, una lenta ballata, un film sulla terra e sui confini. Ridisegna le proprie coordinate geografiche il cinema di Alice Rohrwacher dopo Reggio Calabria in Corpo celeste e la campagna toscana di Le meraviglie. Dietro il volto di Lazzaro c’è San Francesco (la storia è ispirata a un libro per bambini di Chiara Frugoni), in un film sospeso tra dimensione reale e favolistica. Ma ha anche le forme di un anomalo fantasy spirituale. Gli occhi di Lazzaro sembrano proiettati in un altra dimensione. Con il protagonista sempre decentrato rispetto a tutto ciò che lo circonda: sposta la nonna, prende la gallina, fa la guardia al lupo.

Lui non ha ancora 20 anni, è un ragazzo buono anche se viene considerato stupido. La sua famiglia di mezzadri è ingannata da tempo dalla marchesa Alfonsina Della Luna (Nicoletta Braschi). E lui inizia ad avvicinarsi al figlio della donna, Tancredi, soprattutto quando il ragazzo finge di essere stato rapito. Inizialmente ne è dipendente. Poi, dopo che è stato svelato il ‘grande inganno’ a cui questi contadini sono stati sottoposti, i due si ritrovano molti anni dopo in una grande città.

Sembrano esserci quasi delle tracce post-realistiche, soprattutto dalle parti di Miracolo a Milano. Lazzaro appare quasi come la reincarnazione di Totò, negli istanti in cui viene sottolineata l’interazione e lo scarto dell’ambiente in cui vive: la campagna e la porzione della città di Lazzaro sono come la baraccopoli milanese del film di De Sica. Un cinema che cerca continuamente la sua astrazione. In maniera più irregolare, rischiosa ma decisamente più convincente rispetto a Le meraviglie. Che utilizza tutte le fonti naturali della luce nella fotografia di Hélène Louvart (che ha collaborato con la cineasta in tutti i suoi tre lungometraggi) e i cui colori sfumati sembrano rimandare al lavoro che ha fatto con Sandrine Veysset in Ci sarà la neve a Natale? e Victor… E le due cineaste, in questa anomala sovrapposizione, sembrano davvero vicinissime.

Non c’è un’epoca definita. È una modernità sospesa. In cui la collocazione temporale può rintracciarsi, da un brano, Dreams Will Come Alive del gruppo olandese 2Brothers on the 4thFloor, uscito nel 1994. Curiosamente lo stesso anno di T’appartengo di Ambra presente in Le meraviglie. La canzone la sente Tancredi quando si rifugia sulle montagne e poi si vede in una tv locale in città. E il testo della canzone si rivolge a un bambino, esortandolo a non rinunciare ai suoi sogni. Quasi lo stesso monito di Lazzaro. Lazzaro felice è risucchiato dal paesaggio, elemento da sempre determinante del cinema della Rohrwacher. Il mutare delle stagioni, dal caldo alla neve con uno sguardo che sembra fare riferimento al cinema di Olmi. Ma anche la presenza materica della roccia, della terra. Talvolta le apparizioni appaiono troppo evidenti. Soprattutto il personaggio della marchesa e la sua abitazione, forse sono troppo nette, nitide, definite rispetto a un contesto più sospeso. E alla stessa maniera appare forzata la scena in cui Lazzaro entra in banca, per un gesto che segna ancora la sua dipendenza da Tancredi nel corso degli anni. Con la sua fionda presa per una pistola. E in cui l’ambiguità del gesto, molto funzionale in tutto il film, qui sembra perdere leggermente consistenza. Al tempo stesso, nel suo essere caotico, c’è tutta una libertà e un piacere che precedentemente non erano emersi in maniera così netta nel suo cinema. La libertà di mostrare un volo dalla montagna, di far camminare un lupo per le strade della città, di allineare attori noti (Alba Rohrwacher, Nicoletta Braschi, Sergi López, Tommaso Ragno in un’apparizione subito portentosa) con non professionisti, trainati dal protagonista Adriano Tardiolo al suo primo film. E il piacere di un cinema che danza collettivamente con i suoi personaggi. Al suono delle zampogne, dei fantasmi del cinema di Sergio Citti soprattutto nella parte ambientata nella città dove nel gruppo che si muove insieme sembra di vedere dei nuovi ‘magi randagi’. E soprattutto un film trascinato dal vento, elemento sonoro ricorrente. Come nel fulminante momento della musica che esce dalla chiesa e segue i personaggi per strada. Un vento che trascina e porta via con sé. Ed è bello vedere un cinema italiano che rinuncia così alle sue sicurezze per ballare col tempo.

Simone Emiliani, sentieriselvaggi.it