M. BUTTERFLY - Cineclub Arsenale APS

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M. BUTTERFLY

di David Cronenberg

Durata: 100'
Luogo, Anno: USA, 1993
Cast: Jeremy Irons, John Lone, Barbara Sukowa


Sinossi

Un diplomatico francese in Cina si innamora di una cantante d'opera. È convinto di aver trovato la propria Butterfly ma non si rende conto che si tratta di un uomo che, oltre a tutto, comunica quanto lui rivela al proprio governo.


Critica

Nella distruzione del proprio io apparente di Gallimard, e nella sua definitiva tragedia umana, politica e culturale, c’è ovviamente il racconto di un percorso inverso compiuto dall’occidente nel corso di un secolo. Quando Puccini scrive Madama Butterfly gli imperi coloniali sono stabili, e con la prima guerra mondiale di là da venire nessuno pensa possano essere messi in discussione. Puccini mette a confronto un mondo giovanissimo e arcinoto – perché frutto delle politiche e delle ideologie secolari europee – come gli Stati Uniti d’America e un altro mondo, antichissimo e ignoto come il Giappone che ha aperto i porti e ha dato il via agli scambi commerciali da appena un cinquantennio. In M. Butterfly l’impero cinese annientato è visto dall’Europa in crisi d’identità come terreno da dominare e da gestire, senza produrre neanche uno sforzo particolare. La nuova Cina maoista, come il Vietnam, il Laos, l’Indocina liberata dal giogo coloniale, e probabilmente tutto il sud-est asiatico e il “far east”, sono invece in piena avanzata, e reclamano la loro porzione di potere e di dominio. La vacua estasi culturale francese (“perché non possono vederlo solo come un capolavoro della musica?”, si chiede scioccamente la moglie di Gallimard interpretata da Barbara Sukowa quando il marito le riporta le rimostranze cinesi sul fatto di dover intepretare un personaggio giapponese, come se agli occhi dell’occidente l’Asia sia un blocco unico, indefinito e indefinibile) non può che essere spazzata via da una ferale voglia di dominio come quello rivendicato da Mao e dal popolo cinese.

Se la trasformazione del corpo non è più possibile, ne resta però l’illusione: Song Liling è un uomo, e nulla potrà mai renderlo diverso da quello che è, ma vive come donna – debole, e non virile, quindi desiderabile – nella mente di Gallimard, mediocre lettore di una società in evoluzione che non sa interpretare, così come non conosce neanche l’opera di Puccini. “Con imbarazzo ammetto di non avere mai visto Madama Butterfly”, ammette Gallimard, “Ma non lo dica a nessuno; ci sono un paio di persone qui convinte che io possieda una profonda cultura”. Dalla menzogna di sé forse non si può mai uscire veramente, suppone Cronenberg, e se lo si fa si deve accettare l’unico destino possibile: il pubblico ludibrio, la solitudine, e la morte. Una scelta masochista, ma che è parte integrante del desiderio di trasformazione di Gallimard, da soggetto dominante/virile a soggetto sottomesso, anima femminile costretta – nella sua lettura mentale inevitabilmente maschile – alla disperazione. È proprio Song Liling, uomo che si finge donna per tradire se stesso ma mai lo Stato, a dirgli “Non esiste il destino, tranne quello che noi creiamo per noi stessi”. Oramai tramutatosi anche se solo nella finzione scenica in Butterfly, come la libellula donatagli da un uomo nella notte nebbiosa di Pechino, Gallimard può morire sgozzandosi. In quell’istante, nel ribaltamento dell’ideale tragico pucciniano, vive una riflessione sul possesso, sul desiderio del maschile di sottomettere il femminile e allo stesso tempo di diventare femminile, sul colonialismo e sulla contrapposizione tra occidente in decadenza e oriente in violenta fioritura. Nella più scarna e apparentemente classica delle regie di David Cronenberg inizia un nuovo percorso, una nuova carne che non si svilupperà per eccesso, accrescimento o deformazione all’occhio, ma si muoverà sottopelle, nelle sinapsi del desiderio, alla ricerca di quell’istinto all’autodistruzione che è anche repulsione della stessa, senza via d’uscita.

Raffaele Meale, quinlan.it