Matrix Resurrections - Cineclub Arsenale APS

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MATRIX RESURRECTIONS

di Lana Wachowski

Durata: 148'
Luogo, Anno: USA, 2022
Cast: Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss, Yahya Abdul-Mateen


Sinossi

Il film vede Thomas Anderson aka Neo (Keanu Reeves) di nuovo nel mondo reale, ma tormentato da sogni e visioni a cui non riesce a dare un senso e che racconta al suo analista (Neil Patrick Harris), temendo di essere diventato pazzo. Nonostante sembri non ricordare molto di quanto accadutogli in precedenza, tanto da incontrare Trinity (Carrie-Anne Moss) e non riconoscerla, il signor Anderson sembra accorgersi di come le persone siano vittime della tecnologia e ancorate ai loro telefoni come un prolungamento di se stessi. Ma le visioni e la sua curiosità non permettono a questo uomo di capire che si trova incastrato in una falsa realtà, perché ogni giorno - per ragioni mediche - assume una pillola blu, che gli impedisce di "aprire la mente". L'incontro con alcuni personaggi interessanti e la sospensione dell'assunzione della pillola, inizieranno a riportare Neo alla consapevolezza che ciò che lo circonda non è quel che sembra.


Critica

Neo, intrappolato in una nuova versione di Matrix, viene richiamato a combattere le macchine in un mondo che è un’eco imperfetta di quello che ricordava, ormai ridotto a bidimensionale deja vu di coordinate. Non è più tempo di rientrare nella Matrice e Matrix Resurrections, con una lucidità disarmante, accetta la sua fine. Il primo elemento a cedere è immancabilmente il dualismo che contraddistingue il franchise. Non esistono più il bianco ed il nero, il bene o il male, la pillola rossa o la blu, ogni dicotomia sfuma divenendo fluida. E allora forse solo così, in equilibrio tra senso e non senso, può nascere un nuovo racconto che è al contempo sfacciata satira meta su un mercato ormai saturo di franchise, e coraggiosa riscrittura della mitologia della saga, all’insegna di una luminosa, inedita deriva del cyberpunk, in cui macchine e umani possono convivere pacificamente. Ma in fondo è un gioco di specchi. Perché il centro di Matrix Resurrections è in realtà Lana Wachowski, la cui voce, la cui presenza sulla scena, paradossalmente, acquista più forza man mano che si allontana dal mondo che ha creato. Perché l’identità della regista è inscindibile dagli spazi dello stesso Matrix, una narrazione che da sempre è anche metafora di una sessualità in transizione. Ma gli immaginari cambiano, delle metafore non c’è più bisogno ed il cinema delle Wachowski è stato plasmato da un’idea di fluidità, di trasformazione sempre più forte ed evidente, come testimoniano anche i corpi di Andy e Larry, “rinati” Lily e Lana. Matrix Reurrections è quindi apice del Wachowski-pensiero e fine di un sistema tematico obsoleto, inarrestabile urlo anarchico di Lana Wachowski, che ripensa, ribalta, a tratti sul filo della parodia, le fondamenta della saga. E così si arriva ad un nuovo paradosso, ad un film volutamente ingolfato, straniante eppure straordinariamente vitale, non più sedotto da un futuro inquietante, piuttosto ben fermo nel tempo presente, nel qui ed ora, in cui si sviluppa l’amore tra Neo e Trinity, una narrazione che è sempre meno epopea distopica e sempre più melò action diretto ed essenziale. È la definitiva manovra evasiva di un film che, nel rifiutare la complessità della trilogia originale dà il colpo di grazia al sistema di segni che l’ha generato. Lana ha ucciso il padre, ora è finalmente libera di riscrivere il visivo senza condizionamenti, assecondando il suo suo sguardo vivace, che si muove evidentemente entusiasta tra gli spazi impossibili di Nolan ed il brutalismo di Tom Twyker, arrivando ad un forsennato ultimo atto, che esonda tra lo zombie movie ed il massimalismo di Bay. Matrix Resurrections è un unicum. Un film contro le logiche di mercato, ostile agli stessi spettatori, nutrito dalle istanze della sua regista, sempre a rischio di risultare ridondante, o di finire egli stesso in mille pezzi, perfetta definizione di Blockbuster d’Autore. Ma è un unicum, appunto, un irripetibile opera concettuale, che rischia, per questo, di morire all’ultimo titolo di coda senza una vera eredità.

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