Tokyo Fist - Cineclub Arsenale APS

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TOKYO FIST

di Shin'ya Tsukamoto

Durata: 89'
Luogo, Anno: Giappone, 1995
Cast: Kojii Tsukamoto, Kaori Fujii, Shin'ya Tsukamoto, Kôji Tsukamoto, Naomasa Musaka


Sinossi

Tsuda, ligio assicuratore, convive con Hizuru in una rassicurante monotonia. Finché nella loro vita irrompe Kojima, boxeur ed ex compagno di scuola di Tsuda. Il triangolo scaleno che ne esce corrompe le vite di tutti: Tsuda frequenta una palestra di boxe, Hizuru si scopre masochista e Kojima si smarrisce in un delirio di ultraviolenza.


Critica

Se Tetsuo era un manifesto cyberpunk, qui ci troviamo davanti a un melodramma postmoderno, in cui i pugni della boxe servono a scalfire l'identità, a risvegliare desideri repressi e a sfogare frustrazioni profonde. La gelosia di Tsuda verso Kojima, la rivalità e l'attrazione sessuale generano una progressiva esplosione emotiva e fisica, evidenziata da uno straordinario uso della macchina da presa impazzita, mobile, frenetica. I corpi si trasformano: si allenano, si feriscono, si abbruttiscono. La palestra diventa il luogo in cui si misura la virilità, ma anche il terreno di una lotta simbolica per l'autonomia e il riconoscimento. Tokyo Fist è un film sull'identità maschile, ma anche sulla possibilità di spezzarne i confini. Tsukamoto dirige e interpreta con rabbia e lucidità, alternando inquadrature convulse a momenti di stasi ipnotica. Le immagini sono saturate, i colori caldi e opprimenti, le sequenze di combattimento riprese con una fisicità che quasi buca lo schermo. La violenza è sempre ambigua: attrae e respinge, è desiderio e distruzione insieme. Si può scegliere di sopravvivere o di vivere intensamente: ma per fare questo il corpo deve ribellarsi, e affrontare il dolore. È così per Hizuru, che si allontana da entrambi gli uomini e si perfora le carni, spezzando lo schema binario e portando il conflitto verso una nuova dimensione. È così per Tsuda e Kojima, che si sfidano - come Tomoo e Yatsu di Tetsuo - perché è inevitabile farlo; perché dallo scontro deriva una trasformazione, che rende la carne viva e pulsante. Un film che parla di pulsioni, alienazione urbana - straordinarie le scenografie brutaliste - e desiderio di farsi sentire in un mondo anestetizzato. Il dolore, nel cinema di Tsukamoto, è sempre una forma di comunicazione. E in questo caso, è forse l'unica possibile.

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