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Intervista a Gillo Pontecorvo - Arsenale Cinema

Intervista a Gillo Pontecorvo

Il 10 Febbraio 2005, l'amico critico cinematografico Giacomo Martini intervistò per noi Gillo Pontecorvo, ripercorrendone la straordinaria carriera. Nel mese in cui ricorre il centenario dalla nascita del regista pisano, siamo felici di pubblicarla.

Perché, fra le tante forme artistiche, hai scelto proprio il cinema?

La cosa che mi ha spinto verso il cinema è stata prima di tutto la passione per la fotografia, e quindi dall'amore verso la realtà che ci circonda. Fin da ragazzino ho fatto fotografie, poi a un certo momento mi è venuta voglia di fare qualcosa in movimento, e ho cominciato a fare dei documentari. La cosa è nata con “Paisà” di Rossellini, che quando vidi a Parigi mentre facevo il giornalista, mi ha talmente entusiasmato che mi sono detto “da domani cambio mestiere”. Ho comperato una Paillard 16mm e ho cominciato a fare documentarietti per mio gusto, per me stesso, finché una volta Antonello Trombadori li ha visti a casa mia e mi ha detto “Questi devi assolutamente portarli al Ministero”. Li ho portati e me li hanno presi tutti, e da allora ho cambiato mestiere perché ho capito che ci potevo vivere. Poi piano piano, spinto anche dal mio sceneggiatore Franco Solinas, è arrivato il primo lungometraggio di fiction. Con la testa dura che c’hanno i sardi mi ha convinto.

Dopo il tuo primo film, “La grande strada azzurra”, arriva il grande successo internazionale con “Kapò”.

Si, è andata così, ha sorpreso anche me. Non pensavo assolutamente che fosse un film di un certo livello, ma invece chi l’ha visto ha subito cominciato a parlarne in maniera esageratamente positiva, e poi è andato all’Oscar e da allora mi ha cambiato la vita, perché evidentemente potevo scegliere il film da fare...

Poi è la volta de “La battaglia di Algeri”. Perché questa scelta?

La battaglia di Algeri era un argomento che mi sembrava adatto alle mie propensioni e capacità. Raccontare una storia collettiva per me era più facile, mentre in generale si considera più difficile, che raccontare la psicologia di uno o due personaggi. E' la storia collettiva di questo paese, il protagonista è corale, ed è il tipo di cosa che mi piace e che credo che mi riesca raccontare.

Cosa vuol dire fare un film che in qualche modo investa la politica e la storia?

Essendo molto interessato "agli altri", quindi alla politica, ai fatti che riguardano tutti, in quel momento, come la maggioranza dei giovani interessati a queste cose, guardavamo a quello che succedeva nel Mediterraneo vicino a noi con un grande interesse. Mi ricordo che si sentivano alla radio le notizie come una partita di calcio e veniva spontaneo per uno che faceva cinema dire “perché non facciamo qualcosa lì?” E' venuto abbastanza facile mettere insieme una troupe senza una lira come eravamo noi, quasi in cooperativa.

Dopo questo film arriva l'incontro con Marlon Brando per "Queimada". Come andarono i rapporti fra voi?

Dunque, sui rapporti e le liti con Marlon Brando ci sono state pagine e pagine dei giornali di tutto il mondo. Io voglio aggiungere una sola cosa, sono ben felice di avere scelto Marlon Brando, anzi di aver dovuto lottare per averlo, e senza di lui è certo che il gran successo del film non ci sarebbe stato o sarebbe stato minore. Abbiamo litigato, certo, perché sia lui che io teniamo molto al nostro mestiere. Era straordinariamente corretto, non metteva bocca sulla regia, sulle luci, sulle posizioni, uno poteva anche chiedergli di recitare una scena tutta di schiena, non faceva storie. Però essendo appassionato del proprio mestiere arrivava avendo già pensato, elaborato, modificato dentro la sua testa le varie espressioni che avrebbe dovuto assumere. Se queste corrispondevano a quello che volevo bene, sennò erano liti. Alla fine lui finiva sempre per fare quello che gli si chiedeva perché era uno straordinario professionista, ma faceva perdere delle ore alle volte, perché cercava di convincermi a fare in una certa maniera o nell'altra.

Dopo una lunghissima carriera, se un giovane studente ti chiedesse che cosa rappresenta per te il cinema, che gli risponderesti?

Risponderei citando una delle ragioni che mi hanno spinto a entrare nel cinema, cioè un certo amore per la realtà e la voglia di riprodurla, ma anche una certa affinità con l'unica cosa che mi dispiace non aver potuto fare nella vita, cioè la musica. Avrei voluto fare il compositore, adoro la musica classica, però all'età in cui ci si iscrive al conservatorio in famiglia c'era stata una grande crisi, e non potevo mettermi a studiare dieci anni composizione. Il cinema mi pare che risponda ad alcune delle esigenze per cui io amo tanto la musica. D'altronde la musica l'ho fatta in quasi tutti i miei film, non da solo ma insomma, suonandola per un compositore vero che la sapesse trascrivere e orchestrare. Le dirò che essendo abbastanza scarso tecnicamente, la mattina quando arrivo sul set ho abbastanza paura e mi dico “la macchina la metto qui, la metto là, forse è meglio un carrello qui, forse no”. Se invece per quella scena mi sono composto o ho immaginato la musica che la accompagnerà, arrivo e sono completamente deciso. Quando ho un'idea chiara della musica che ci sarà mi sembra che tutto sia naturale, che debba essere così e non possa essere che così.

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