RENTAL FAMILY - NELLE VITE DEGLI ALTRI - Cineclub Arsenale APS

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RENTAL FAMILY - NELLE VITE DEGLI ALTRI

di Hikari

Durata: 110'
Luogo, Anno: USA, Giappone, 2026
Cast: Brendan Fraser, Shannon Gorman, Takehiro Hira, Mari Yamamoto


Sinossi

Philip è un attore americano di alterne fortune che da anni vive e lavora in Giappone. Un giorno gli propongono di lavorare per un'agenzia che fornisce figuranti a noleggio per assistere i cari, chiedere scusa a mogli, fingersi parenti, e così via. Si chiama "Rental Family" e malgrado i dubbi iniziali Philip inizierà ad amare questo nuovo mestiere mirato ad aiutare il prossimo, benché a pagamento. Le cose si complicheranno non poco quando scoprirà a sue spese che non sarà facile evitare di affezionarsi ai clienti e chiudere definitivamente i rapporti con loro.

In programmazione

Critica

Rental Family. Nelle vite degli altri, il film diretto da Hikari, è ambientato nella Tokyo dei giorni nostri e racconta la storia di Philip Vandarpleog (Brendan Fraser), un attore americano che vive nella capitale giapponese da otto anni. Un tempo noto per il ruolo di un improbabile supereroe, un gigantesco tubetto di dentifricio in una pubblicità diventata di culto, oggi Philip è un uomo senza futuro, senza soldi e senza certezze. Passa da un’audizione all’altra e si ritrova a fare la comparsa in eventi come matrimoni e funerali. La svolta arriva quando incontra Shinji (Takehiro Hira, star di Shogun), il responsabile di Rental Family, un’agenzia che affitta attori per impersonare parenti o amici inesistenti nella vita di clienti soli o bisognosi di colmare un vuoto affettivo. Phillip diventa il migliore amico di un uomo che ha solo bisogno di compagnia per giocare ai videogiochi, finge di essere un giornalista per mostrare il suo apprezzamento a un attore anziano che sta scivolando nella demenza senile (Akira Emoto, commovente) e soprattutto diventa il padre di una bambina nippo-americana. Attraverso questi incontri, guidati da un preciso copione, Philip scopre il senso di gratificazione nell’aiutare gli altri, rischiando però di lasciarsi coinvolgere troppo. Il servizio offerto da Rental Family è qualcosa di molto diffuso in Giappone, tanto da essere già al centro di un’opera di Werner Herzog di soli sei anni fa, dal titolo Family Romance LLC. Al contrario del documentario ibrido del cineasta tedesco, come sempre capace di raccontare oltre le semplici immagini, il film di Hikari si “accontenta” di emozionare e commuovere lo spettatore con una storia di buoni sentimenti, senza approfondire troppo l’aspetto etico e morale evidente nel ruolo del protagonista. Dopo The Whale, Brendan Fraser è ancora una volta perfetto nella parte di un uomo fragile con un passato doloroso alle spalle, ancor di più conoscendo le sue note vicende personali che lo hanno tenuto per lungo tempo lontano dai riflettori. In ogni inquadratura Philip sembra nascondere un qualche tipo di sofferenza non meglio identificata, soprattutto nel tenero rapporto con la piccola Mia. Tralasciando il sadismo di una madre che, per ottenere l’ammissione della figlia in un’ottima scuola, decide di farla affezionare a un finto padre per poi farlo sparire ancora una volta. Nella storia parallela del vecchio Kikuo interpretato da Akira Emoto, un personaggio che sembra uscito dal cinema di Ozu o Imamura, osserviamo le conseguenze di un dolore sepolto per lungo tempo che finalmente viene riportato in superficie e, perlomeno, ricordato. Il rapporto con Kikuo è ciò che sveglia Philip dall’illusione in cui si era rifugiato, una bugia in cui tutti i clienti della Rental Family hanno cercato conforto. Philip resterà sempre un gaijin, ma ogni incontro lo ha arricchito e ha riempito alcune delle sue mancanze emotive, avvicinandolo a una spiritualità orientale che mai avrebbe pensato di comprendere. Rental Family. Nelle vite degli altri riesce a toccare alcune corde emotive con grande grazia e delicatezza, un classico feel-good movie che parte da uno spunto narrativo già visto ma comunque adatto a ricreare situazioni divertenti senza appesantire il discorso e senza alcun tipo di “critica sociale” evidente. Quella giapponese è una società malata in cui l’autoreclusione e l’incomunicabilità hanno creato danni enormi, ma pensare che non sia un problema che riguardi anche l’occidente è semplice ingenuità. A Hikari non interessa approfondire questo aspetto e accompagna la storia verso un inevitabile finale positivo che fa bene al cuore.

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